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Five Star Ferals
Il lato oscuro dell’Indonesia
a cura di Emiliano Cataldi/surfEXPLORE Condividi SurfNews
Foto: John Callahan/surfEXPLORE
Durante gli ultimi trent’anni, il flirt tra i surfisti e l’Indonesia è stata una storia part-time. Un rapporto occasionale, da consumarsi tra aprile e ottobre, quando l’emisfero meridionale pompa mareggiate verso il Bukit e a Bali brilla sempre il sole. Ma basta guardare la mappa un po’ più attentamente per rendersi conto della vastità di questo arcipelago e della superficialità di questa storia d’amore. Nonostante tragga il suo nome dall’Oceano Indiano, l’Indonesia è bagnata da una decina di “mari” e da ben due oceani. Con oltre 17 mila isole esposte a qualsiasi tipo di mareggiata, il pensiero che esista una “bassa stagione” o un “lato B” per le onde è assolutamente ridicolo.

Anche se ho avuto la fortuna di surfare buone onde lungo la costa Pacifica alcuni anni fa, questi preconcetti risuonano minacciosi nella mia mente, mentre attraverso un movimentato tratto di mare nel Mare delle Molucche, steso sul fondo di una canoa di legno, nel tentativo di salvare dalle onde l’attrezzatura fotografica. Manca ancora un’ora al punto che ho fissato sul GPS e nulla sembra andare per il verso giusto. “Benvenuto nel posto sbagliato” continuo a ripetermi contemplando gli inutili sbuffi di una swell troppo piccola. La parte più razionale del mio cervello tenta di mascherare con un sorriso “pro forma” la stanchezza dell’interminabile viaggio. Il pescatore che mi sta traghettando verso il non-dove sembra uscito dai fumetti di Hugo Pratt: pelle bruciata dal sole, occhi iniettati di rosso scarlatto, mano ferma sul motore fuoribordo in una posa ieratica. Raggiungo il villaggio completamente bagnato ed esausto, dopo quasi trenta ore dalla mia casa a Byron Bay. Chi ha detto che l’Indonesia è dietro l’angolo per gli australiani? Mi aggiro spaesato tra le palafitte del porto, cercando con lo sguardo i miei compagni. Nessuna traccia di John, Beto, Phil e Hayato. Controllo almeno dieci volte il GPS pregando di non aver sbagliato isola, poi una signora inizia a parlarmi in bahasa alla velocità della luce. Le uniche parole che capisco sono “empat orang bule”, quattro uomini bianchi, ma la signora indica il mare aperto e mima la partenza di una barca. Saranno fuori in mare. La seguo attraverso le stradine pulitissime del villaggio fino ad una casa in mattoni gialli col tetto di lamiera. Quattro sacche ordinatamente disposte tra la veranda ed il generatore mi tolgono gli ultimi dubbi: sono arrivato, questa sarà casa per le prossime due settimane. Il resto del team torna alla base solo a buio inoltrato. Li saluto mentre li aiuto a scaricare le tavole dalla barca che hanno affittato per la giornata. Sono qui da due giorni ed hanno già ispezionato un paio di isole adiacenti, trovato onde divertenti e mappato set-up promettenti. Per trovare onde fuori dalle rotte del turismo classico, non basta scegliere un’isola, piantare la tenda sotto le palme, incerare la tavola ed entrare in mare. Come ovunque nel mondo, i locali hanno i loro ritmi di vita, la famiglia, il lavoro in mare e non hanno necessariamente interesse ad accudire un gruppo di stranieri, capitati con chissà quali intenzioni sulla loro isola. In villaggi come questo, raggiungibili solo via mare, le risorse sono inevitabilmente limitate. Cibo e acqua sono appena sufficienti per gli abitanti, le barche sono utilizzate per la pesca e la benzina per i motori è rara e costosa. E se pensate di cavarvela lanciando sul tavolo del sindaco una manciata di rupie vi sbagliate proprio: ci sono cose che neppure i soldi possono comprare. Ed è qui che entra in gioco l’esperienza. John ha scelto con cura i partecipanti di questa missione, tenendo presente che la conoscenza della zona e della lingua sarebbero state anche più importanti delle qualità tecniche in mare. Phil Goodrich e Alberto “Beto” Castro si dimostrano da subito perfetti. Sono arrivati qui prima di noi ed in meno di 24 ore hanno trovato una barca ed un alloggio per tutti. La capanna di mattoni gialli che ci ospita appartiene ad un alto ufficiale del governo locale, lo stesso che ci ha gentilmente organizzato pick-up e barca di appoggio. La sera stessa John mi riassume le scoperte dei giorni precedenti: nonostante la mareggiata sia piccola e sporcata dal vento, le onde sui reef circostanti sono state divertenti e pulite. Il villaggio riassume in se il concetto di “remoto”. La giungla che lo sovrasta è impenetrabile, qui ancora vivono gli “orang asli” i cosiddetti “uomini originari”. Si tratta di tribù che rifiutano quasi totalmente il contatto con la civiltà. Durante la nostra permanenza uno degli abitanti del villaggio verrà colpito da una delle loro frecce. Un episodio che ci turberà non poco. La preghiera del muezzin, puntuale alle 4 di mattina, diventa la nostra wake-up call. Iniziamo a caricare la barca con viveri e carburante ben prima che il sole sorga. L’intera provincia è esclusa da internet ed anche il segnale del cellulare è quasi inesistente, in questo meandro di isole e profonde baie. Siamo quindi obbligati a scelte del tutto empiriche. Valutiamo l’entità della mareggiata dalla quantità di schiuma visibile davanti al villaggio. Se le onde sono alte mezzo metro qui, gli spot esposti sono almeno ad altezza testa. Ma l’unico modo per essere precisi è quello di controllare tutte le potenziali onde almeno due volte al giorno, ad alta e bassa marea, con e senza vento. Prendiamo note dal ponte della barca su direzione del vento e batimetria, comodamente parcheggiati nel canale di acqua fonda. Spesso ci avviciniamo a nuoto per un check finale. In particolare è una sinistra ad attirare la nostra attenzione. Abbiamo visto foto di quest’onda frangere perfetta, double over-head quindi stentiamo a riconoscerla mentre incede scomposta da un fastidioso vento laterale. “Non fatevi ingannare ragazzi” ci ammonisce Phil, che di onde come questa ne ha frequentate molte più di me “è più grosso di quanto sembri. Guarda questa! Sono più di trenta secondi che accarezza il reef!”. Ci buttiamo in mare subito e nel giro di un’ora il vento smette di soffiare e l’onda raggiunge il suo apice di perfezione: tubo in partenza poi due sezioni lavorabili con manovre verticali. Non male come prima surfata nel lato “sbagliato” dell’Indonesia! Beto e Phil sono quelli ad aver lavorato più duro e si godono al meglio la ricompensa. Il nostro amico giapponese Hayato Maki, invece, adotta la tecnica opposta, scegliendo solo le onde più grandi e intubandosi con la precisione di un coltello da sushi. Il paragone non è casuale, Hayato è un bravissimo pescatore subacqueo. Gli basta mezz’ora di lavoro in apnea, solitamente dopo la session mattutina, per procurare freschissimo sashimi a tutto il gruppo. l’isolotto di fronte alla sinistra diventa praticamente la nostra seconda casa. Tra una surfata e l’altra parcheggiamo la barca nel lato sottovento e consumiamo il nostro pasto all’ombra delle palme. A parte noi, questo fazzoletto di terra viene visitato solo da qualche pescatore di passaggio, in cerca di un riparo per la notte. O almeno questo è quello che pensavamo prima di incontrare Mark! Un pomeriggio, infatti, vediamo un “bianco” uscire dalla foresta con una tavola semidistrutta sotto braccio e indirizzarsi verso la sinistra. Facciamo subito amicizia. Mark è il tipico australiano del genere “feral”, da oltre un mese vive accampato davanti alla sinistra, in perfetta autosufficienza alimentare. L’accampamento che ha costruito è basilare ma efficiente. Ha una tenda nella quale dorme ed una serie di padelle incrostate nelle quali cuoce riso e pesce. Dopo aver esplorato via terra parte dell’Indonesia Pacifica, è arrivato qui assieme ad un amico, con il quale ha diviso la capanna fino a poche settimane fa. Ed è lui a raccontarci di una destra, apparentemente bellissima, sull’altro lato dell’isola. Per quasi una settimana la sinistra continua a procurare a noi e Mark tutto quello che ci serve, onde divertenti e tubi sempre più grandi, alimentati da un inatteso incremento nella misura della swell. Mark non è per nulla turbato dalla nostra presenza anzi, è contento di dividere con noi le onde dopo tanto isolamento. Con l’avanzare dei giorni, però, iniziamo a domandarci se la destra tanto caldamente descritta da Mark, sia una sua allucinazione frutto di troppe settimane di solitudine. Finalmente un mattino ci svegliamo con un diverso odore nell’aria. Il vento ha preso a tirare da sud e le scogliere di fronte al nostro villaggio sono bombardate da onde ben più grosse del normale che chiudono attraverso tutto il reef-pass. Impieghiamo un po’ ad uscire in mare aperto, sincronizzando la nostra fuga con i momenti di mare piatto. L’intero arcipelago oggi pullula di onde, inclusa una lunga e divertente sinistra poco fuori dal porticciolo. Dobbiamo incatenare Beto alle travi della barca per impedirgli di entrare in mare subito. Siamo sicuri che altre onde, ben più serie, staranno frangendo da qualche parte là fuori. Il nostro capitano, Zakarias, timona sicuro mentre io e Phil stiamo di vedetta sul tetto. Inutile dirlo, puntiamo direttamente sulla destra. Iniziamo a intravedere la forma cilindrica del suo tubo da una distanza di cinque miglia! Avvicinandoci ulteriormente le dinamiche di quest’onda diventano palesi: srotola per alcune centinaia di metri, senza mai smettere di tubare! Phil riesce a malapena a contenere il suo eccitamento “Oh my god, oh my god!” è tutto quello che esce dalla sua bocca. Questo atteggiamento mi spaventa. Conoscendolo so che è un tuberider bravissimo, con una passione particolare per i take-off nel vuoto e le onde pericolose. Non sono sicuro che il suo invocare Dio, di fronte a quest’onda mutante, sia di buon auspicio per i surfisti “normali” come me. Il primo set sta ancora frangendo quando prende il suo Mini Simmons 5’5” (si, ho pensato anche io che fosse pazzo!) e si getta in mare. Capiamo subito che questo è uno spot world-class. Pur non essendo per nulla consistente (Mark ha aspettato questo momento per un mese) compensa il difetto con la sua meccanica perfezione. Il tubo è circolare e resta aperto per interminabili sezioni. Ed è la sua attitudine da kamikaze a procurare a Phil il wipe-out più pesante di tutto il trip. Un mutante double-up lo fagocita e lo sputa sul corallo esposto. Esce dall’acqua sanguinante; il fondale gli ha strappato un grosso brandello di carne dal gomito. Ma neanche questo lo frena dall’entrare in mare per tre giorni consecutivi. A session terminata, gli chiedo di paragonare questo spot ad altre onde indonesiane. “Più pesante di HT’s alle Mentawai e anche molto più lunga!” è il suo lapidario commento. Delle tre tavole che ho portato in questo viaggio solo una tornerà a casa intera. Ma il nostro mito resta Mark. Dopo aver aspettato questo momento per oltre un mese, gusta ogni onda con gioia raggiante. Aspetta con pazienza le più grosse in cima al point e le sfrutta per tutta la loro lunghezza, tornando sul picco con un enorme sorriso stampato in faccia. Nell’epoca dei surf trip preconfezionati e dei charter-boat a cinque stelle, fa piacere sapere che esistono ancora persone come lui, disposte a perdersi in giro per il mondo e vivere di stenti pur di trovare onde come questa. Ed anche se lui non ha mai mostrato nessuna diffidenza verso la lente di John costantemente puntata verso questi gioielli, prima di partire mi sento di rassicurarlo: non abbiamo nessuna intenzione di rovinargli la festa dando un nome allo spot e sbandierando le sue coordinate GPS sui surf magazine di mezzo mondo. Vi basti sapere che si tratta di Indonesia Pacifica, la costa sbagliata, la stagione sbagliata, il “lato B”, quello senza onde.

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