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Un Anno Fuori
Cile, Perú, Tahiti: 12 mesi in Pacifico Meridionale con Eugenio Barcelloni
a cura di Eugenio Barcelloni Condividi SurfNews
Foto: Diego Figueroa, Domenic Mosqueira, Renato Tinoco
La scelta del Pacifico Meridionale è stata dettata più da un’esigenza di purezza che da un calcolo preciso. Volevo ricongiungermi con l’anima più antica e irruente del surf. Volevo trascorrere un anno “fuori”, staccare completamente la spina con la routine italiana, fatta di surf parlato ed atteso più che praticato. Avevo bisogno di nuove amicizie, esperienze diverse, utili a trovare una direzione come surfista e come uomo. Decisi d’iniziare dal lato più corto del “triangolo pacifico”, da quella fucina di point sinistri costituita da Cile e Perù per terminare il viaggio in Polinesia: l’angolo culturalmente più lontano e le onde più impegnative.

Il budget è limitato. Parto senza nessuna idea di quanto sarebbe durato il viaggio e fin dove mi avrebbero portato i risparmi. Dipende da me, ma non dal surfista Eugenio, impegnato a rincorrere onde come un eterno turista in giro per il pianeta. Dipende dalla mia persona, dalla mia capacità di interazione con la gente, dalla mia adattabilità di viaggiatore. Adoro provare la sensazione di smarrimento e di libertà tipica del viaggio. Mi aiuta a valutare la mia esistenza da un punto di vista esterno. Nostalgia e angoscia sono più forti quando si viaggia soli, ma le soddisfazioni hanno un gusto più dolce. Scelgo il Cile come prima tappa, lo conosco bene essendoci stato più volte. Partire da questo punto avrebbe reso più facile il salto nel vuoto costituito da Perù e Tahiti. In Cile ho solidi rapporti, amicizie maturate in visite precedenti. I point sinistri che caratterizzano la costa generano onde lunghe e intense, che nulla hanno da invidiare a Padang Padang, Desert Point o Pipeline, le mie onde preferite. Amo queste spiagge come o più di quella di casa, e amo surfarle assieme a pochi amici, o anche da solo. Ed é per saziare questa fame atavica che trascorrerò qui i primi sei mesi del trip, ospite dell’amico Leon Vicuna. Leon è un giovane big-wave rider cileno che ho conosciuto per la prima volta nel 2004 a Bali. Uno spirito libero, che difficilmente si lascia influenzare dalle nuove mode, per lui l’unica cosa che conta è piantare il suo braccio nel ventre di enormi caverne verdi. Con lui ho condiviso alcune delle giornate più belle della mia vita a Desert Point e Padang. Ci intendiamo alla perfezione. Essere con lui, qui, mi mette sicurezza. Il playground di Leon è enorme e praticamente deserto: da Pichilemu ad Arica, poco a sud di Lima, ci sono 2500km di onde da scoprire ed ogni punta è più promettente di quella precedente. Nei miei viaggi in Cile ho sempre preso Arica come base operativa: le mareggiate sono costanti e il clima è più gradevole rispetto agli spot più a sud. Non a caso Arica è conosciuta come “la città dell’eterna primavera”. Inoltre è il posto giusto per prendere confidenza con il mio gun, che ormai da troppi mesi ammuffisce chiuso nella sacca. Una tavola seria, lunga almeno 6’8”, possibilmente pin-tail, è praticamente obbligatoria a queste latitudini vista la velocità e la potenza delle onde che, generatesi a migliaia di chilometri, superano facilmente i 15 secondi di periodo. L’onda principale di Arica è un solido picco A-frame che dà il meglio di sè tra i 6 e i 10ft. Rimaniamo diverse settimane in questo tranquillo paesone di quasi 200 mila abitanti, perso nel deserto sudamericano. Arica, inoltre, dista soltanto un’ora dal Perù, la mia prossima meta. Il desiderio di varcare quel confine lo avevo provato anche nei viaggi precedenti ma la terra degli Inca, per motivi di tempo, era sempre rimasta fuori dal mio radar. Ma questo viaggio è diverso dagli altri ed il tempo non è un parametro decisivo. Senza date di rientro da rispettare supero quel confine con leggerezza. Fortunatamente in Sud America gli autobus sono comodissimi, soprattutto per viaggi a lunga percorrenza. La prima classe costa poco e il sedile si piega di 180° trasformandosi in cuccetta. Dall’alto del mio giaciglio studio i miei compagni di viaggio: famiglie peruviane di ceto medio, dirette più a nord per chissà quale motivo, e qualche sparuto freak americano, di ritorno da un viaggio new-age tra i famosi cerchi nel grano di Nazca. In “appena” diciotto ore di autobus sono a Lima, la capitale, con le tavole sane e salve trattate coi guanti di velluto dagli scrupolosi assistenti. Rispetto al Cile, il Perù ha una profonda tradizione culturale pre-ispanica e una surf-culture di prim’ordine. I loro “cabalitos de totora”, rudimentali tavole fatte con canna palustre, risalgono al 1000 a.C e sono ancora usati dai pescatori di Huanchaco per pescare e prendere onde. Favorito anche dal clima mite, il surf “moderno” ha attecchito in Perù fin dagli anni ‘20, a partire dalle spiagge di Barranco, poco a nord di Lima. Fu solo negli anni ‘50 e ‘60, però, che lo sport divenne uno status symbol tra i giovani ricchi della capitale. E non c’è quindi da stupirsi se proprio a Lima si tennero i primi Campionati Mondiali di Surf, nel 1965, vinti dal locale Felipe Pomar di fronte, fra gli altri, ad un giovanissimo Nat Young. I surfisti peruviani negli anni ‘60 e ‘70 si distinguevano per coraggio e talento alle Hawaii, diventando vere celebrità nazionali e incentivando la crescita del surf nel paese. Oggi i peruviani possiedono una federazione ben strutturata, un circuito nazionale professionistico con diverse gare supportate da solidi monte premi. In mare la differenza tecnica con i cileni è lampante. Il turismo surfistico, poi, è una realtà ed una risorsa importante lungo tutta la costa. Anche a Lima si trovano buoni beach break ma l’ambiente marino è compromesso dall’inquinamento e dall’affollamento. Anche nelle giornate migliori gli spot urbani non assomigliano neanche lontanamente ai point che sono venuto a cercare. Dopo altre sedici ore di bus attraversiamo i famosi spot di Cicama e Pacasmayo. La solitudine dei point Cileni, freddi e desolati, sembra un lontano ricordo e ne sento la mancanza. Come saprete Cicama è la sinistra più lunga del mondo, ed una delle destinazioni più gettonate durante le grosse mareggiate invernali, vista la facilità delle sue morbide onde. Durante le giornate migliori, infatti, il numero dei surfisti in acqua cresce esponenzialmente. Da qualche anno esiste addirittura un hotel a cinque stelle proprio sulla spiaggia, destinato ai surfisti benestanti. E c’è anche una barca che per pochi “nuevo sol” (questo lo strano nome della moneta peruviana) ti riporta sul picco, facendoti risparmiare quasi un chilometro di camminata. Noi vediamo questi posti sfilare mentre puntiamo spediti verso nord, in cerca di paesaggi più rustici e di onde più impegnative. Lobitos, a detta dei locali, è il posto migliore della zona, assieme a Cabo Blanco. Si trovano sette ore a nord di Cicama, soltanto a due ore dal confine con l’Ecuador. Prendo casa a Mancora, un paesino accogliente, non lontano dallo spot di Lobitos e ci trascorro oltre un mese, spostandomi assieme ai locali nelle loro quotidiane trasferte. Lobitos diventa il mio home-spot. La prima sezione frange a ridosso delle rocce e si chiama El Weco. È molto difficile vedere questa sezione rompere, si attiva solo a bassa marea, con mareggiate da sudovest sopra i due metri e senza vento. Fortunatamente ho avuto modo di constatare di persona la sua potenza e sono rimasto elettrizzato dalla velocità del suo tubo, aperto ma al limite della fattibilità. Nelle mareggiate “normali” la baia di Lobitos offre innumerevoli sezioni: in questo point sinistro potenzialmente infinito, scegliere il punto giusto é cruciale, soprattutto nelle giornate meno che perfette. Anche qui, come a Cicama, la ricompensa per la scelta giusta viene sotto forma di 300m di corsa e una lunga camminata sul bagnasciuga. Durante i mesi caldi (da novembre a marzo) Lobitos è affollata da turisti brasiliani, surfisti bravi ma spesso chiassosi. Nei giorni di maggior ressa serpeggia il malcontento ed i pionieri limegni non si fanno tanti scrupoli a redarguire chi si comporta male. Mi rammarica vedere questo razzismo, indirizzato specialmente ai brasiliani, ma capisco la situazione e riesco a ritagliarmi il mio spazio in acqua. Dopo qualche giorno anche i locali più intransigenti mi tollerano sul picco. Il Perù è di gran lunga più povero del Cile, influenzato dal sistema europeo e statunitense. Il divario tra benestanti e classe media, qui, é disarmante. I locali eredi della civiltà Inca, costituiscono la classe più povera. L’uomo bianco, discendente per lo più dai conquistadores spagnoli, gestisce le risorse del paese. Se siete amanti dell’Indonesia, infatti, troverete diverse somiglianze con il Perù Settentrionale: il costo della vita è molto basso, il cibo piccante (primeggia un piatto a base di pesce crudo chiamato ceviche) e le onde sono principalmente sinistre. Come in Indonesia bisogna fare attenzione ai furti, soprattutto sui mezzi di trasporto. Leon, il mio compagno di viaggio, mi ha insegnato a legarmi la valigia ai piedi durante i pisolini in autobus e a tenere sempre il passaporto e i valori a contatto con il corpo, in una tasca interna. Il modo più sicuro per viaggiare sarebbe quello di affittare un fuoristrada assieme ad alcuni amici ed esplorare anche le regioni interne. L’intera costa è un deserto arido paragonabile al Sahara, ma gli altopiani sono ricchi di vegetazione e offrono una piacevole alternativa a chi sia stanco di palme e sabbia. Viaggiando solo, però, non ho motivo di staccarmi dalla costa. Con trenta ore di bus rientro ad Arica in Cile e compro un volo economico per tornare a Santiago, la capitale. Dopo mesi spesi a monitorare le tariffe per Tahiti finalmente trovo quella giusta. Non ci penso due volte, il last minute vale solo 24 ore, lo compro senza fiatare e inizio freneticamente a preparare la partenza. Sono eccitato e allo stesso tempo nervoso mentre il mio aereo punta dritto verso nordovest, dritto verso Teahupoo. Con i risparmi ormai agli sgoccioli, la mia permanenza a Tahiti rischia di durare solo poche ore. Il contrasto con la sponda sudamericana del Pacifico é stridente. La capitale, Papeete, è il posto ideale per ricchi europei in luna di miele. Anche l’hotel più alla mano costa oltre 70 euro a notte. L’accesso alle onde, inoltre, è quasi impossibile senza l’appoggio di una (costosissima) barca d’appoggio. L’unica alternativa “economica” è prendere un bus fino alla fine della strada e affittare una stanza proprio di fronte all’onda più pericolosa e abnorme del pianeta: Teahupoo. La famiglia che mi ospita è quella di Vetea. Il primogenito, Cedric è un noto bodyboarder, mentre Ludo manda avanti l’economia domestica coltivando quasi tutto quello che serve nell’orto dietro casa. La mamma Armelle accudisce i bambini delle poche famiglie benestanti nella zona. Il padre gestisce la guest-house, ospitando i surfisti in una specie di palafitta su terraferma, chiamata “chalet”. Il turismo surfistico è minimo in questa zona. Le persone in grado di apprezzare quest’onda sono appena qualche centinaio in tutto il mondo. È difficile incontrare surfisti che soggiornino qui per lungo tempo. Assieme a me, nello chalet vivono un po’ di “tossici” di big wave riding, hawaiani stanchi di quasi tutte le onde del pianeta, parcheggiati qui in attesa che Teahupoo risvegli in loro le endorfine. Con uno di loro lego subito. Ryan Gallina è una persona semplice, spontanea e sorridente ed ha origini italiane! Parlandoci mi rendo conto della sua enorme esperienza in mare. Mi racconta di come solo dopo aver surfato Teahupoo in body-board per dieci anni, sia passato alla tavola da surf. Dopo averlo visto uscire indenne da una serie di set anomali lo eleggo a mia guida spirituale! Seguire i locali sul line-up sarebbe un suicidio vista la loro sete di tubi profondissimi e la conoscenza telepatica del fondale. Le onde, qui, cambiano forma impattando il reef, modificandosi a seconda della direzione da cui provengono. All’interno dello stesso set le onde possono variare anche di 90° per direzione ed è Ryan ad insegnarmi come sopravvivere in questa complicata catena alimentare formata da onde esplosive, corallo tagliente e regole di precedenza ferree. Fortunatamente la Polinesia è un luogo tremendamente energetico, la natura si esprime con una forza contagiosa, che dopo qualche giorno pervade anche me. Mi sento pronto! Finalmente dopo alcuni giorni di piatta Teahupoo inizia a rompere da sudovest, la sua forma circolare, la sua massa statica catalizza l’attenzione fin da riva. Non riesco a staccare gli occhi da quel tubo. Sono adrenalinico e teso, dalla barca studio l’arrivo dei set più grandi. Sul picco si respira una quiete irreale, che svanisce non appena l’orizzonte si riga. Le mareggiate qui sono caratterizzate da un periodo piuttosto lungo, tra un set e l’altro passano una decina di minuti almeno e io tento di tener sotto controllo il battito cardiaco, che va a mille. La tecnica più semplice per affrontare Teahupoo, mi ha spiegato Ryan, consiste nello scegliere il tempo giusto per la partenza, prendere più velocità possibile nel take-off per superare illesi l’intensa sezione tubante. Le onde provenienti da sudovest srotolano in tubi lunghi e perfetti che oggi, con 4-6ft di swell, sono alla mia portata. Alcune, però, hanno una componente più occidentale, frutto di una tempesta diversa e lontana. Queste piegano sul reef con un angolo più stretto, l’ultima sezione s’ingrandisce spropositatamente chiudendo su pochi centimetri d’acqua. La situazione è potenzialmente letale. Non che le onde “normali” siano molto più sicure. Dopo aver remato su un paio di spallucce, prendo il coraggio a quattro mani e mi lancio nel vuoto! Una delle paure da vincere, a Teahupoo è quella di essere in ritardo. Per tutta la durata della corsa si ha la sensazione di essere troppo profondi, di essere sul punto di esplodere assieme al pesante lip che ti sovrasta. In realtà proprio questa è la posizione perfetta, serve solo stringere il culo, spingere forte sul bordo interno e crederci. Ricordo la mia migliore onda come un enorme spazio vuoto, verde e poderoso. Ma in realtà era soltanto un’onda ordinaria, un picco di 6-8ft come ne frangono tanti a Teahupoo. I tre mesi a Tahiti rappresentano, però, il culmine del mio viaggio, e forse della mia vita di surfista. A 12 mesi dalla partenza il budget è terminato, ho la schiena bloccata ed ho rotto tutte le tavole da onde serie che ho portato. Tra una mareggiata e l’altra mi faccio curare da un fisiatra che riesce a rimettermi in piedi anche dopo le cadute più rovinose. Rientrare in Italia dopo un anno in Pacifico Meridionale è stato difficile e rassicurante assieme. Finita l’estate si torna alla solita monotonia del lungo inverno mediterraneo. Ma proprio in momenti difficili come questi, quando la costa laziale sembra una condanna più che una cura, mi tornano alla mente le amicizie, le surfate e gli incontri fatti in capo al mondo. Perché solo passando tempo “fuori” si può capire la tensione che ci brucia “dentro”.

Per seguire i prossimi viaggi andate su:
www.eugeniobarcelloni.com

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