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Danger Zone Lakshadweep
Dodici isole indiane praticamente interdette al turismo, sulla stessa swell-line di Maldive e Chagos, ma protette da pirati somali e burocrazia
a cura di Michael Kew Condividi SurfNews
Foto: Alan Van Gysen
Le onde impattano la chiglia con un angolo di 90 gradi e le pareti della cabina tremano. Gli occhi di Trevor sono opachi, le pupille dilatate fissano un punto oltre il muro. Sono le cinque del mattino e fuori una pallida aurora illumina il Mare delle Laccadive. “Non lasciatemi indietro! Dobbiamo stare assieme!”: il giovane californiano é in preda ad una delle sue crisi di sonnambulismo. Il trambusto ha svegliato il suo compagno di stanza Chadd Konig. “Ha solo bisogno di un po’ d’aria fresca”, bofonchia mentre lo accompagna verso il ponte della nave. La M/V Lakadweep Sea é un traghetto di linea lungo 90 metri. Col suo carico di 260 persone, principalmente indiani e locali, sta facendo rotta verso Cochin, in India Meridionale, una traversata che richiede almeno 20 ore e che segna la fine del nostro viaggio. Gordon si appoggia alla ringhiera metallica e contempla catatonico la vastità dell’oceano. Le sue spalle sono ancora dolenti dalle lunghe ore in mare. Troppi tubi possono indurre stati mentali alterati.

Da qualche parte in questo stesso tratto di mare i pirati somali stanno sicuramente organizzando uno dei loro colpi. Le isole Laccadive, grazie al loro isolamento, da anni sono terreno fertile per i predoni del mare provenienti dell’Africa Orientale. Armati di Kalashnikov e granate assaltano navi di ogni tipo. Petroliere e fregate sono le prede preferite, ma anche un barcone di linea come il nostro può destare i loro appetiti. Nonostante si trovino 1.600 miglia ad est della Somalia, le Laccadive sono in piena danger-zone. Grazie alle imbarcazioni rubate, i pirati hanno ampliato a dismisura il campo d’azione, che ora si estende per 2.5 milioni di miglia quadrate. Nel 2010 hanno rapito 1.181 persone incassando vari milioni di dollari di riscatto. Va detto che oltre il 30% di questi introiti serve a finanziare Al-Shabaab, un gruppo terroristico vicino ad al-Qaeda. Molti gruppi d’azione si nascondono proprio sulle isole che abbiamo appena surfato. Intanto sotto coperta il nostro amico Dakhil, da bravo musulmano sunnita, termina solennemente la preghiera della mattina, con un “Assalamu alaikum wa rahmatullah”. Da qualche parte sulla stessa nave Jones, Anderson e Gibbens stanno ancora dormendo. Nella settimana appena trascorsa la benedizione di Allah si è manifestata sotto forma di onde perfette: una mareggiata di 4-8 piedi dal respiro lunghissimo ha interessato le 12 isole delle Laccadive per tutto il periodo. Ma il mare ha un aspetto completamente diverso qui. I tubi blu delle Laccadive hanno lasciato il posto ad una massa verde e cupa, capace di annebbiare i ricordi: “Mi sono sognato anche i tubi di ieri?” chiede Gordon finalmente sveglio. Dakhil intanto ci raggiunge sul ponte salutandoci calorosamente. Si sporge dal parapetto bilanciandosi sulle gambe ad ogni onda anomala. Per una settimana intera ci ha guardato dall’alto del molo, assieme a suo padre, commentando in arabo quei “tunnel d’acqua” nei quali ci infilavamo. A sentire lui, il molo che vedete nelle foto, lo spot migliore dell’area, é completamente privo di senso. Le barche non possono attraccare visto che é stato piazzato proprio tra i frangenti, e neppure i pescatori lo usano. Essendo conficcato proprio nel reef, questa mega-struttura ha alterato la fauna ittica tutto attorno. Finalmente intravediamo il porto di Cochin e la sua frenesia aumenta. Per chi come lui è cresciuto tra le piantagioni di cocco delle isole, questa città, pur se sporca e degradata, rappresenta il futuro, o almeno la modernità. Sua sorella studia scienze marine all’università ed é per incontrare lei che Dakhil ha intrapreso il lungo viaggio in nave. “Ma appena torno alle Laccadive provo a surfare con una delle vostre tavole!”, ci dice come per rassicurarci prima dell’ultimo saluto “se Allah vorrà, ovviamente!”. La prima onda del set sputa schiuma come un drago. Craig Anderson la guarda dall’alto del molo, sorseggiando un chai bollente. “Sembra identica a HT’s, alle Mentwaii”, dice nel suo accento tipicamente australiano, coi pantaloncini e i capelli ancora bagnati, “l’unica differenza é che alle Mentawaii tutte le onde sono perfette, non solo la prima”. Ma é la realtà a dargli torto. Sulla prima onda parte Brendon Gibbens: stalla appena dopo il take off e sparisce per sei secondi dentro il tubo. La seconda é di Chadd Konig e non sembra per niente peggiore. Chadd si tiene alto sulla parete pompando un paio di volte, poi si lascia andare ad un tubo in pieno stile Morning of the Earth. Trevor Gordon é sulla terza, e anche questa ha una forma cilindrica degna delle migliori onde indonesiane. Anderson sorride e annuisce. I ragazzi del nostro hotel ci seguono fino in spiaggia tutti i giorni, si siedono sul molo e si godono lo spettacolo bevendo chai bollente. Il suo gusto spezzato e dolcissimo diventerà la colonna sonora organolettica di tutto il trip. “La marea sta calando e quando arriverà al minimo le onde saranno al loro top!” commenta Anderson schiacciando con la mano il bicchiere di carta da cui ha bevuto. “Non avrei mai pensato di prendere onde così! Sono allibito!”. Ed é vero, siamo stati fortunati a portare a termine questa missione. Le Laccadive distano 4000 miglia da quella fucina di mareggiate chiamata “i quaranta ruggenti”. Prima di frangere qui le onde vengono filtrate dalle Chagos e dalle Maldive. Un’altra incognita é costituita dagli spot. Guardando le mappe di Google questi atolli sembrano praticamente insurfabili. Anche il clima rappresenta un’altra variabile determinante, il mese di maggio é uno dei migliori per le mareggiate ma segna l’inizio del monsone da sudovest, aumentando le possibilità di pioggia, nubi e vento on-shore. Arrivare qui, poi, è un capitolo a parte. La nave che collega le Laccadive a Cochin, in India, é soggetta a cancellazioni e ritardi. Ed ottenere i permessi é difficile. Molti atolli sono off-limits per gli stranieri e le autorità possono negare l’accesso anche all’ultimo momento. Ma ora siamo qui e la visione dal molo é idilliaca. Sullo sfondo verde scuro delle palme (il cocco delle Laccadive è il migliore dell’India), il blu scintillante del mare assume toni metallici, quasi irreali. Se ne accorge anche Dakhil. “Molto meglio vivere qui che in India, almeno l’aria é pulita. Io non sopporto il traffico e tutta quella spazzatura nelle città!”. La storia di questo ragazzone baffuto é particolare. Ha iniziato lavorando come muratore ma presto il National Institute of Ocean Technology gli ha offerto un posto nell’impianto di desalinizzazione, la cui inaugurazione é avvenuta appena due settimane fa. “Grazie ad Allah, ora abbiamo acqua dolce in abbondanza!” ci racconta orgoglioso. “E prima cosa bevevate?”, chiedo incuriosito. “Raccoglievamo l’acqua piovana. Ma non sempre bastava per tutta l’isola, e spesso era inquinata o trasportava malattie. Adesso il problema non esiste più”. “E quanta ne riuscite a produrre?”, chiedo mentre un altro set frange perfetto sul reef, “dieci milioni di litri al giorno, ne vuoi bere un sorso?” Ci incamminiamo verso il suo villaggio, in fondo alla spiaggia. Su una striscia di sabbia giallastra disseminata di blocchi di corallo si stagliano il minareto della moschea e la prima fila di abitazioni. É qui che Dakhil vive e prega Allah, cinque volte al giorno. Enormi corvi neri svolazzano chiassosi tra le fronde delle palme, rovistando tra i rifiuti o molestando i magrissimi animali da cortile. Dakhil ci guida lungo un sentiero che costeggia la piantagione di palme, fino ad una fontanella pubblica. Riempio la mia borraccia fino all’orlo. Con la gola ancora riarsa dal sale e dal chai bollente, trovo quest’acqua buonissima. Il mare delle Laccadive ha un gusto dolcissimo! Il giorno seguente le onde a lato del molo sono rovinate dal vento, quindi proviamo uno spot alternativo, una piccola sinistra ripida e potente che sembra fatta apposta per le manovre aeree di Craig. Jones entra con un alaia di Chadd Konig e si diverte a partire nel vuoto su questo asse di legno sottilissimo. Konig invece decide di fare body-surf ed è forse l’opzione migliore su queste velocissime risacche. Il vero problema delle Laccadive sono i fondali. Nonostante facciano parte della stessa catena montuosa delle Maldive, non hanno quei profondi reef-pass indispensabili alla formazione di onde world-class. Ma non ci arrendiamo all’evidenza e decidiamo di esplorare l’intero perimetro, a bordo di rickshaw, iniziando da nord. Troviamo subito tre set-up potenzialmente epici. Ma non tutto quello che sembra buono da lontano, resta tale una volta in acqua. Si tratta per lo più di pesanti risacche su corallo esposto. Dopo sei ore di strade polverose, villaggi remoti e lunghe camminate a vuoto, qualcuno nel gruppo inizia a suggerire l’uso di dinamite per modificare il fondale! Ma è proprio ai bordi della barriera corallina meridionale che troviamo l’unica alternativa all’onda del molo. Sul lato esposto di un’isoletta a poche centinaia di metri da riva sembra frangere una sinistra. Riusciamo a raggiungerla grazie ad un pescatore, che aveva ancorato il suo dhow nella lagunetta interna. Scarico l’attrezzatura fotografica dalla barca e raggiungo di fretta il lato esposto. Appena sbuco dalla vegetazione, vedo Jones intubarsi in una lunga e perfetta sinistra. E sarà questa l’ultima session, il viatico migliore per il nostro lungo viaggio di rientro.

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