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ELENA BERTOLINI
Due chiacchiere con una delle più promettenti surfiste italiane
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Enrico Caputo, Edoardo Bianchi, Bruno Magalhaes, Manuele Muliello, Federico Vanno, Chocky Wayan
Tenere i piedi in due staffe é diventata un’esigenza tra chi, come Elena, ha preso il surf seriamente. Vivere col sale sulla pelle e, parallelamente, costruirsi un percorso di vita “sicuro”, sono per lei parte dello stesso progetto. Un progetto che attraversa i luoghi comuni dello sport (nove anni di gare, due titoli nazionali e tanti viaggi) ma che punta decisamente più in alto, forte di una laurea, di raffinati interessi culturali e di un’insaziabile sete di onde.

Nome: Elena
Cognome: Bertolini
Soprannome: Ellen, Lazzi
Stance: Regular
Data e luogo di nascita: Roma il 03/04/86
Homespot: Banzai, Santa Marinella
Onde preferite all’estero: Snapper Rocks e Bingin
Sponsors: Vans footwear e clothing, West wetsuits,
OceanEarth accessories, Foam Box Project, WP Surf School

Tralasciamo per un attimo il surf e parliamo del tuo background personale. Che cosa avresti fatto se il surf non fosse entrato nella tua vita?
Chissà, forse sarei diventata un medico, come i miei genitori. O magari un’archeologa poiché ho fatto il Classico e adoro la storia antica. Uno dei sogni che ho sempre avuto, però, è quello di diventare una reporter, e chi lo sa se magari sono ancora in tempo per realizzarlo, visto che mi sono laureata da poco in Mediatrice Linguistica e già collaboro con alcune riviste di surf. Mi piace il mondo della fotografia e leggere libri che parlano di viaggi, avventure, insomma racconti avvincenti ma anche inchieste come Gomorra di Roberto Saviano. Con il mio ragazzo andiamo spesso a vedere mostre, di qualsiasi genere, e Roma in questo è una città che offre molto. Adoro la musica, di qualsiasi genere e con mia madre vado spesso all’auditorium a sentire un po’ di musica classica. Un’altra cosa della quale non potrei mai fare a meno è viaggiare, non solo per cercare onde. A maggio aprirò una scuola di surf insieme al noto negozio di settore WP Shop (Windsurf Paradise) di Roma. La scuola si chiamerà WP Surf School ed avrà come sede lo stabilimento balneare La Perla a Fregene. In ogni caso adesso che mi sono laureata, dovrò trovare un lavoro che mi permetta di essere indipendente perché purtroppo, almeno in Italia, non è possibile vivere solo di surf.

Sappiamo che sei da poco tornata dalle Hawaii. Era la prima volta nel tempio del big-wave riding?
Sì, era la prima volta, sia per me che per Edoardo, ma devo anche dire che non era un viaggio programmato. Le Hawaii sono il sogno di ogni surfista ma se non avessi vinto il biglietto in un concorso organizzato da Billabong non sarei andata, o almeno non ora. Un viaggio alle Hawaii non costa poco, anzi, e poi bisogna starci minimo un mese perché dall’Italia sono 24 ore di volo e per riprenderti dal viaggio ci voglio almeno tre giorni. In ogni caso mi sento fortunata ad aver avuto questa opportunità e come dice Edoardo: “le Hawaii sono state una tremenda realtà!”. Le onde sono potenti come dicono e molto differenti l’una dall’altra anche nello stesso set, i fondali sono misto reef e sabbia e le onde rompono sempre in punti differenti, per prenderle devi remare più del normale e a volte ci sono correnti molto forti. Inoltre il livello in acqua è altissimo e durante il periodo delle gare i professionisti invadono gli spot e non ti rendono certo facile la session. I locali sono abbastanza tranquilli, o almeno lo sono stati con me, anche se di Hawaiiani se ne vedono pochi, almeno nell’isola di Oahu. La maggior parte dei surfisti vengono dal continente. Noi siamo stati a Dicembre, la prima settimana abbiamo surfato poco, un po’ perché dovevamo ambientarci, un po’ per le condizioni troppo pericolose e un po’ per la grossa quantità di professionisti in acqua. Fortunatamente terminato il Pipe Masters molti sono tornati a casa e le swell successive sono state alla nostra portata, ci sono stati 6-8 piedi Hawaiiani al massimo e gli spot erano meno affollati, io ed Edoardo abbiamo avuto così l’opportunità di testare un po’ tutti i break, da Haleiwa fino a Sunset (quest’ultimo solo Edoardo). C’è voluto un bel po’ per ambientarci a queste onde. Gli ultimi giorni della nostra permanenza abbiamo assistito alla swell più grossa, 16 piedi “hawaiani”: le condizioni giuste per Waimea. Nei giorni successivi e precedenti alla swell, però, sono riuscita con un po’ di paura a surfare onde sopra le mie possibilità. Le Hawaii sono una bella palestra naturale, dove vige la regola: “Go big or go home”.

Il tuo fidanzato Edoardo é spesso con te nei tuoi viaggi. Quali sono i pro e i contro di surfare “in coppia”? Hai mai avuto paura per lui e lui per te?
I pro di avere un ragazzo surfista, e soprattutto più bravo di te, sono sicuramente il fatto che ti possa dare consigli e quindi aiutarti a migliorare. La sua presenza mi mette sicurezza e mi aiuta a trovare il coraggio e la serenità che non troverei facilmente da sola. Inoltre non abbiamo problemi a scegliere un luogo dove andare a fare le vacanze, basta che ci siano anche le onde no?! E riusciamo a capire le reciproche esigenze. Ad esempio, non credo che un ragazzo non surfista avrebbe mai accettato il fatto che io vada a surfare da sola e per la maggior parte delle volte in mezzo a soli uomini. Un problema che può insorgere, di contro, è che essendo lui più bravo di me, alcune volte preferisce surfare in spot che non sono alla mia altezza e questo certe volte è causa di litigio ma capisco anche le sue esigenze e quindi cerchiamo di accontentarci a vicenda e fare un po’ per uno. Edoardo ama le onde grandi. Infatti, le Hawaii per lui sono state il vero paradiso ma anche un’angoscia perché le onde lì sono perfette ma anche molto pericolose e spesso ha dovuto frenare il suo desiderio di entrare in mare. Non credo che Edoardo abbia mai avuto paura per me, anche perché, almeno finora, non ci sono mai state situazioni che gli dessero motivo di preoccuparsi. Un giorno, però, siamo entrati a Backdoor, le onde saranno state alte 4 o 5 piedi hawaiani ma il mare andava crescendo e io non mi sentivo per niente sicura. Solo al pensiero di stare a Backdoor, la destra di Pipeline, mi saliva un brivido dietro alla schiena, ma allo stesso tempo ero emozionata. Ad un certo punto però è arrivato un set molto grosso ed io stavo risalendo. Per fortuna sono riuscita a passare i frangenti facendo le duck-dive e quando ho raggiunto il mio ragazzo, che era sulla line-up girato verso di me, mi sono accorta che l’unica terrorizzata ero io. Così, dopo un’ora di surf e tre onde prese, decisi che avevo fatto fin troppo e uscii dall’acqua con il cuore a mille ma abbastanza soddisfatta. Pochi giorni dopo, girando per gli spot, siamo passati anche a vedere Sunset. C’erano 8 piedi d’onda ma la direzione della swell era perfetta. Edoardo decide così di entrare e provare, anche se erano le 5 del pomeriggio, quindi ci sarebbe stata solo un’ora di luce, i bagnini stavano per chiudere le torrette e lui non era mai entrato in quello spot. Per chi non lo sapesse l’onda di Sunset si trova almeno a 500 o 600 metri dalla spiaggia ed è impossibile riconoscere un surfista da così lontano, soprattutto al tramonto. Potete immaginare quindi in che stato di ansia io sia stata per tutto quel tempo anche perché in mare c’era solo lui e un’altra decina di surfisti. Per fortuna poco dopo è entrato in mare anche Leo Fioravanti, anche lui alle Hawaii per allenarsi, il che mi ha rassicurato un po’ perché in mare con Edoardo c’era qualcuno che lui conosceva e che soprattutto aveva già surfato quell’onda. Fatto sta che quei matti sono usciti dall’acqua per ultimi e mi sono presa un bello spavento perché essendo ormai buio, non riuscivo più a vedere dov’erano.

Che rapporto hai con le competizioni di surf in Italia e all’estero? Hai una routine atletica di preparazione o semplicemente surfi più che puoi?
Ho iniziato a surfare l’estate del 2003 ed ho iniziato a fare le gare a novembre dello stesso anno, semplicemente per gioco e perché alcuni amici mi avevano portata con loro. Era il Gaeta Surf Masters e quel giorno le onde erano davvero grandi. Insomma, io di gare non ci capivo nulla e nessuno mi aveva spiegato niente. Così mi sono ritrovata in mezzo al mare con una lycra addosso a remare contro corrente. Quei venti minuti passarono in un secondo e non presi nemmeno un’onda, così arrivai 3° su 3. Da quel giorno non ho più smesso di gareggiare, perché mi piace mettermi alla prova non solo con le altre ma anche con me stessa. Ora sono passati nove anni e posso vantare un titolo italiano juniores vinto nel 2004, un 6° posto all’Europeo juniores sempre nel 2004. Ho inoltre partecipato ad una gara WQS in Francia nel 2007, il Kana Miss Kup, dove ho avuto l’opportunità di confrontarmi con surfiste mondiali di altissimo livello come Lee Ann Curren e Paige Hareb e quest’anno ho vinto il titolo italiano open insieme alla mia rivale Valentina Vitale. Quest’anno in particolare è stato molto importante per me perché avevo trascorso gli ultimi due anni lontano dalle gare a causa di una frattura ad una vertebra procurata skateando. Finalmente dopo un anno di riposo totale e uno trascorso ad allenarmi, sono tornata in piena forma sul campo di gara, aggiudicandomi la vittoria alla finale di campionato 2011 e il titolo italiano. Non ho mai avuto una strategia di gara né un preciso allenamento, e non ho mai avuto nessuno che mi dicesse cosa dovevo fare. Ho imparato a surfare da sola e con i consigli di qualche amico. Ogni tanto mi tengo in forma andando in piscina e quest’anno ho iniziato a fare un po’ di karate. Principalmente cerco di surfare più che posso anche perché è quello che amo fare di più e non credo che ci sia allenamento migliore.

Che tavole usi e perché?
La maggior parte del mio quiver è composto da shortboards shapate apposta per me dagli shaper che vengono in Italia per il progetto Foam Box, tra cui Bill Johnson che è il mio main shaper. Quest’anno, per quanto riguarda le tavole per le onde mediterranee, ho anche una Disco Model di Marcio Zouvi (Sharp-eye). Inoltre ho anche un longboard, un quad retrò di Dr.ank e un’Alaia shapata su misura dai ragazzi di Alaia Religion. Quando ne provi una hai sensazioni incredibili, sembra di camminare sull’acqua! Anche se abitualmente vado con le short, mi piace provare anche altri tipi di tavole, amo il surf in tutte le sue forme.

Abbiamo parlato spesso su SurfNews di “fuga dei surfisti” dall’Italia. Come ti rapporti a questa realtà che trascende, ovviamente, il surf?
Non posso nascondere che la tentazione di mollare tutto e andare a vivere in un altro paese sia tanta. Dalla prima volta che sono stata in Australia, dove ho vissuto per otto mesi dopo essermi diplomata, non riesco a togliermi dalla testa questo paese che si addice molto al mio stile di vita. Ho molti amici che hanno fatto la coraggiosa scelta di lasciare l’Italia. Alcuni di loro dicono che i coraggiosi siamo noi che abbiamo la forza di restare! Bisogna anche dire, però, che per quanti problemi ci siano, soprattutto ora, a me l’Italia piace e sono molto attaccata alle mie origini e alla mia numerosa famiglia. E’ vero, adesso è dura trovare lavoro, soprattutto per noi neolaureati, in ogni caso non credo che anche all’estero le condizioni siano migliori. Ciò non toglie che il desiderio di vivere in un posto caldo e soprattutto con le onde tutti i giorni sia reale, per questo con Edoardo stiamo programmando di fare un’esperienza prolungata all’estero appena avremo abbastanza soldi da potercelo permettere. E poi chissà, magari rimarremo davvero lì a vivere. Una cosa però è certa, se deciderò di vivere all’estero, lo farò per vivere meglio che in Italia, quindi non mi accontenterò di fare lavoretti tipo, con tutto rispetto, la cameriera o cose simili, vorrei trovare un lavoro che mi soddisfi anche come persona e che mi dia la possibilità di dare ai miei figli quello che i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare.

Entriamo un po’ sul tecnico. Come definiresti (o come vorresti che gli altri percepissero) il tuo stile sulla tavola? Quali sono le atlete che t’ispirano in Italia e all’estero?
Bella domanda. In realtà non ho mai pensato a come gli altri potessero definire il mio stile, quindi non ho neanche mai voluto che gli altri mi vedessero in qualche maniera. Io semplicemente surfo, anche se mi rendo conto e questo me lo fa notare anche il mio ragazzo, che spesso sono un po’ troppo rigida e il problema che ho avuto alla schiena due anni fa non mi ha di certo aiutata in questo. Alcuni amici mi dicono che ho un bello stile, altri che ho una buona velocità sull’onda e che sono potente, anche se io non ci faccio caso. So di avere molti difetti, come quello di mettermi male in piedi, soprattutto quando non surfo per molto tempo, e anche quello di non fare sempre una buona curva alla base, importantissima per impostare le manovre. Tutto questo probabilmente a causa della poca frequenza di onde che abbiamo in Italia che non ci da la possibilità di allenarci abbastanza sui nostri difetti, ma anche per non aver mai avuto nessuno che mi dicesse cosa dovevo fare. Inoltre io ho iniziato a surfare a 17 anni, un’età avanzata per questo sport. I surfisti che iniziano oggi sono avvantaggiati perché ci sono un sacco di scuole dove possono imparare nel migliore dei modi e svolgere una giusta preparazione atletica. La surfista che mi ha sempre ispirato in Italia, della quale sono anche amica, è Valentina D’Azzeo, anche se ormai la vedo poco perché vive in Australia. Lei mi ha stimolata a crescere e quando surfavamo assieme mi rassicurava, soprattutto quando il mare a Banzai era grosso ed io avevo paura. Invece la surfista straniera che da sempre m’ispira é Bethany Hamilton, della quale oltretutto ho parlato nella mia tesi di laurea. A tredici anni ha perso il braccio in un attacco di squalo mentre surfava ma questo non le ha impedito di diventare una surfista professionista. Nei miei viaggi a Bali ho avuto modo d’incontrarla e conoscerla. Credo che sia un bellissimo esempio di vita per tutti.

Una previsione/augurio per il surf femminile italiano?
In nove anni di gare non ho visto grosse trasformazioni. Ci sono stati degli accenni di cambiamento che sembravano positivi ma che in realtà ci hanno fatto tornare indietro. Il surf italiano deve fare ancora molto per crescere. Non facendo parte della federazione probabilmente non riesco a vedere le tante problematiche nell’organizzare un intero tour, però allo stesso tempo spero ci sia una maggiore trasparenza, soprattutto con noi atleti e un maggior impegno per elevare questo sport. Il mio augurio per il surf italiano è che dal 2012 in poi tutti i rider abbiano la voglia di seguire il campionato e che s’impegnino personalmente. Inoltre spero che le scuole di surf in Italia facciano crescere le nuove generazioni nel migliore dei modi e che, finalmente, nasca un’unica e seria federazione. Solo così le cose possono cambiare in modo definitivo.

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