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LASCIARE SOLO ORME
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Qualcuno di voi sa come si dice “tubo” nel dialetto di Ginevra? Dire che il surf sia in espansione è quasi una banalità. Chi frequenta da qualche anno gli spot oceanici Europei (ad esempio francesi e spagnoli) si sarà accorto da solo che il nostro “passatempo” non ha più confini. Il boom demografico degli ultimi 15 anni, infatti, non ha interessato solo i praticanti della costa. Negli spot più blasonati, da Uluwatu fino a Varazze ogni onda perfetta suscita commenti e grida in almeno tre lingue diverse. Tanto che nessuno si stupisce più di vedere (o sentire) italiani in acqua a Bali, svizzeri in Liguria o brasiliani alle Hawaii. Recentemente si sono aggiunti al già variegato “esperanto-surf” anche il cinese mandarino ed il russo, spinti dai pacchetti surf all-inclusive fin sui line-up di Indonesia e Australia. E l’espansione non è stata solo orizzontale. Le nuove tecniche di insegnamento e l’uso di tavole studiate proprio per i principianti hanno accorciato drasticamente la curva di apprendimento, permettendo anche a ragazzini under-10 e ad aitanti ultra-cinquantenni di avvicinarsi con successo al wave-riding. Il lavoro che stanno svolgendo le surf-school, anche in Italia, è impagabile e contraddittorio al tempo stesso. I nuovi arrivati accumulano, in una settimana di corso, le stesse nozioni tecniche e culturali che i pionieri hanno impiegato anni ad assimilare, diventando “surfisti” (o sentendosi tali), in tempi brevissimi. Ma se è vero che le onde sono un bene sempre più richiesto nel mercato globale del divertimento, cosa possono aspettarsi i nuovi arrivati da un sport numericamente saturo? Se l’obiettivo è quello di divertirsi in compagnia di pochi amici, in un ambiente pulito, i line-up italiani non sono certo l’arena più indicata. Meglio prenotare un campo da calcietto in un borgo di campagna e sfogare lì la voglia di endorfine. A oltre quarant’anni dall’arrivo del He’e Nalu in Italia sono rimasti ben pochi “buchi neri” nella mappa degli spot: onde di qualità ma situate in aree pericolose o assolutamente non appetibili dal punto di vista ambientale. Serve disperarsi per questo? Non proprio. Fortunatamente dagli anni ’60 ad oggi non sono cambiate solo le persone in mare (siamo alla terza generazione ormai), è cambiata anche l’attitudine. Grazie soprattutto all’uso di internet, infatti, l’attenzione dei praticanti si è spostata dai luoghi fisici, gli spot per intenderci, alle condizioni meteorologiche. Condizioni che assumono connotati particolari a seconda dei gusti e delle abilità di ognuno e che, data la giusta mareggiata, possono verificarsi in un tratto qualsiasi delle variegatissime coste italiane, dal Friuli alla Sicilia, diluendo moltissimo le presenze nelle aree di punta. Ed è per questo che in 11 anni di aggiornamenti abbiamo lentamente spostato il fulcro di questa SurfGuide dal “dove” al “come” aggiungendo alle indispensabili descrizioni degli oltre 300 spot, nozioni di meteorologia, oceanografia e di coscienza ecologista indispensabili per estrarre il 100% dalla risorsa-onde italiana. Siamo convinti, infatti, che l’unica direzione percorribile, esaurito ormai l’orizzonte esplorativo, sia la conoscenza millimetrica del nostro territorio, dove per territorio non intendiamo solo gli 8.000 km di surf-park a nostra disposizione, ma anche i problemi ambientali che li minacciano (erosione e inquinamento in testa) e gli equilibri che intercorrono tra chi li frequenta. Questa edizione della SurfGuide, pur se realizzata assieme ai più “storici” dei locali, è dedicata a tutti i “new-comer” del surf italiano e al loro lecito entusiasmo. Andate, divertitevi, e lasciate in spiaggia solo le vostre orme.

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