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WORST CASE SCENARIO
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Assediato da un gelo degno dei secoli pre global-warming e da una crisi economica devastante, il surf sembra essere entrato in un forzato letargo. Specialmente lungo le coste italiane. Le allegre gazzarre che animavano gli spot nostrani fino ai primi di dicembre (ricordate le 120 persone a Levanto di fine novembre?), i piccoli eventi a tema delle stagioni calde (ormai sponsorizzati a suon di T-shirt e gazzosa), hanno lasciato il campo (o meglio la spiaggia) ad un paesaggio lunare fatto di problemi alla circolazione e spot praticamente deserti. Dal punto di vista evolutivo, è bastato veramente poco ad azzittire i più deboli: un calo di 10 gradi sulle medie stagionali ed una manovra finanziaria da austerity (capace, tra l’altro, di rendere proibitivo il costo delle trasferte surf) ha costretto tutti in casa, o negli spot vicini. E quale migliore occasione di questa per affrontare, a mente “fresca” il tema del localismo? L’inchiesta di Muglia, che trovate a pagina 26, è solo una delle sfaccettature di questa situazione, la risposta territoriale ed istintiva ad una disillusione diffusa.

Che ci piaccia o meno, eventi estremi come questi segnano un prima e un dopo. Specialmente per il lato commerciale dello sport. Ma basta sfogliare agli articoli presenti in questo numero per capire che il surf ha, in sé, gli anticorpi per sopravvivere. Sembra anzi che le avanguardie stiano già abituandosi a scenari da “The Day After”. È questo che ci insegnano articoli borderline come Anarchy and Waves (che trovate a pag. 56) o progetti interdisciplinari come Come Hell or High Water (a pag 18) il nuovo film di Keith Malloy sul body surfing.

Vedere il wave riding attecchire in contesti sociali “alieni” come la Nigeria, caratterizzati da violenza, corruzione e forte degrado ambientale ci insegna che non serve la ribalta mediatica o un mercato-surf per la salvezza della nostra specie. Non servono neppure le location da cartolina e l’acqua azzurra. Servono solo onde, belle o brutte che siano, una tavola, ed un buon motivo per entrare in mare. E di buoni motivi per surfare (ed evadere il reale) non dovrebbero mancarne negli anni a venire, viste le allarmanti previsioni, climatiche ed economiche che incombono sull’occidente, padre e padrone del nostro sport.

Il caso del body surf é emblematico ed é con questo articolo che voglio chiudere la intro. Questa disciplina parla (o forse profetizza) del “worst case scenario”, una situazione in cui l’unica garanzia sarà quella del nostro corpo nudo e delle onde che, fortunatamente, non conoscono nessuna crisi. Il messaggio di Malloy é chiarissimo e quanto mai moderno: “Potrete toglierci le tavole, la plastica, i soldi dal conto in banca e anche la benzina dalle auto, ma non potrete mai toglierci il piacere e il diritto di stare in mare”.

Un gelido abbraccio a tutti i lettori.

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